# Apple accusata di scraping illegale per l’AI

URL: https://menteinformatica.it/intelligenza-artificiale/apple-scraping-youtube-ai-class-action/
Autore: Giorgio Perillo
Aggiornato: 2026-10-01
Categoria: Intelligenza Artificiale

---

Apple è finita in tribunale per aver [raschiato video da YouTube](https://menteinformatica.it/intelligenza-artificiale/apple-causa-video-youtube-ai-panda-70m/) senza permesso per addestrare i suoi modelli di intelligenza artificiale. E questa volta i querelanti non sono editori o accademici: sono creator con milioni di follower.

## Chi ha fatto causa e perché

I canali dietro la class action sono **h3h3 Productions**, **MrShortGameGolf** e **Golfholics**. Tre realtà diverse per pubblico e formato, unite da un’accusa comune: **Apple** avrebbe violato il Digital Millennium Copyright Act scaricando i loro video in modo non autorizzato.

La questione tecnica è interessante. YouTube ha una “controlled streaming architecture” che limita quello che gli utenti normali possono fare con i contenuti.

Secondo il lawsuit, Apple avrebbe **aggirato** deliberatamente questi limiti per raccogliere materiale da usare nell’addestramento dei suoi prodotti di AI generativa. Non è una svista: è una scelta ingegneristica precisa.

## Il pattern che si ripete (e che dovrebbe preoccuparti)

Questi stessi canali hanno già depositato cause simili contro **Meta**, **Nvidia**, **ByteDance** e **Snap**. Non è un attacco isolato a Apple: è una strategia legale coordinata contro l’intero ecosistema Big Tech che si è nutrito di contenuti altrui per costruire i propri modelli.

Il precedente più noto è quello di **OpenAI** e **Microsoft**, accusati dal New York Times di aver usato articoli protetti da copyright per addestrare i loro chatbot. Poi **Perplexity**, trascinata in giudizio da Reddit e Encyclopedia Britannica.

L’anno scorso Apple era già finita nel mirino in una causa separata, promossa da due professori di neuroscienze che rivendicavano l’uso non autorizzato delle loro opere. Il copione è sempre lo stesso.

## Apple Intelligence e il costo nascosto del “magico”

Apple ha venduto **Apple Intelligence** come qualcosa di profondamente personale, contestuale, rispettoso della privacy. Il messaggio era: noi siamo diversi dagli altri.

Questa causa mette in discussione esattamente quella narrativa.

Secondo i creator, il **successo finanziario** di Apple non sarebbe stato possibile senza i loro contenuti. È una tesi forte, difficile da quantificare, ma non è campata in aria.

I modelli linguistici e di comprensione video hanno bisogno di dati massicci e diversificati. YouTube è probabilmente il corpus video più ricco e vario che esista.

Sarebbe strano se nessuno ci avesse fatto un pensierino.

## Cosa cambia per i creator italiani

In Italia il tema è ancora sottovalutato. I creator italiani, anche quelli con numeri importanti, raramente pensano ai propri contenuti come asset legalmente tutelabili contro lo scraping delle Big Tech.

Si preoccupano degli algoritmi, delle visualizzazioni, dei brand deal, ma non di chi potrebbe star raccogliendo i loro video in silenzio per addestrare sistemi commerciali.

La direttiva europea sul copyright, recepita in Italia con il decreto legislativo **177/2021**, prevede tutele specifiche per i contenuti creativi nell’ambito del text and data mining. In teoria, uno YouTuber italiano avrebbe strumenti legali simili a quelli usati in questa class action americana.

In pratica, quasi nessuno lo sa e ancora meno ci hanno mai provato.

Il problema è anche culturale: negli Stati Uniti i creator si organizzano, uniscono le forze e ingaggiano studi legali specializzati. Da noi prevale ancora la logica del “sono solo video su internet, chi vuoi che se ne preoccupi”.

Ecco chi: le aziende che hanno costruito sistemi da miliardi di euro partendo da quel materiale.

## Dove finirà questa storia

Non mi aspetto una sconfitta netta di Apple in tempi brevi. Le class action di questo tipo tendono a trascinarsi, a finire in settlement riservati o a perdersi in cavilli procedurali. **OpenAI** e il NYTimes stanno ancora litigando, e quella causa ha quasi due anni.

Quello che mi aspetto, invece, è che questa pressione legale cumulativa cominci a spostare qualcosa nel modo in cui le grandi aziende documentano e dichiarano le loro pratiche di raccolta dati. Non per etica spontanea: per paura delle conseguenze.

E francamente va bene anche così.

La posizione di Apple è scomoda perché il suo brand si regge sull’idea che sia il player responsabile, quello che rispetta gli utenti e i creator. Se queste accuse trovano riscontro concreto, quella narrativa si sgretola.

E a differenza di Meta o ByteDance, Apple ha molto più da perdere in termini di immagine.

Io resto convinto che la vera battaglia non si vincerà nelle aule di tribunale americane, ma in Europa, dove il quadro normativo è già più strutturato e dove le authority hanno già dimostrato di non avere paura di colpire i colossi tech. Se i creator europei cominciassero a muoversi in modo coordinato, il gioco potrebbe cambiare davvero.

**Stay tech 🦾**
